HEALTH AND WELLNESS

Lombalgia: fumo, asma e allergia causano il mal di schiena

Lombalgia: fumo, asma e allergia causano il mal di schiena

I muscoli inspiratori come il diaframma giocano un ruolo importante sia nella respirazione che nel controllo della colonna vertebrale.

 

Questo dato è oggettivamente accertato, come che le disfunzioni del muscolo diaframma siano spesso correlate con dolori lombari.

Quello che fino ad oggi non era ancora stato verificato è la correlazione tra la lombalgia e la presenza di problematiche respiratorie.

 

La ricerca scientifica

 

Lo studio “The presence of respiratory disorders in individuals with low back pain: a systematic review” pubblicato nel 2016 da Nele Beeckmans e il suo team si pone come obiettivo proprio di evidenziare questa associazione.

 

I ricercatori hanno eseguito una revisione sistematica attraverso una ricerca su Pubmed e Medline di studi compresi tra il 1950 e il 2016.

 

Alla fine sono stati inclusi e analizzati 16 articoli che mettono in relazione la lombalgia con:

 

  • Dispnea  (1 articolo)
  • Disturbi respiratori non specificati (6 articoli)
  • Asma e allergie (5 articoli)
  • Copd (3 articoli)
  • Infezioni respiratorie (1 articoli)

 

La lombalgia un problema globale

 

I dolori lombari sono uno dei più importanti problemi medici in termini di:

 

  • riduzione della qualità di vita
  • disabilità
  • costi economici

 

Partiamo da un concetto sempli: la relazione che c’è tra la presenza di lombalgia e una diminuzione del controllo posturale.

 

Se pensiamo al ruolo chiave svolto in questo senso dai muscoli inspiratori come il diaframma, non bisogna stupirsci se questi muscoli vengano ormai considerati fondamentali nel trattamento di qualsiasi problema di schiena.

 

Su questa linea di pensiero è stato evidenziato come un allenamento dei muscoli inspiratori aumenti il controllo posturale e diminuisca i livelli di dolore lombare.

 

Questo può essere spiegato al fatto che eventuali difficoltà respiratorie possano rendere il diaframma meno efficiente e più affaticabile, diminuendo di fatto la sua funzione stabilizzatrice.

 

Dispnea

 

I ricercatori hanno preso in considerazione solo uno studio, l’unico che rispettasse i criteri imposti.

 

Ciò che si evidenzia è la considerevole prevalenza di dolore lombare nei partecipanti con dispnea rispetto a quelli senza (64% contro 18%).

 

Questo dato è spiegabile pensando al decondizionamento fisico che si viene a creare in caso di dispnea: un basso livello di fitness è collegabile a un maggior probabilità di soffrire di mal di schiena.

 

Disordini respiratori non specificati

 

In questo caso sono stati presi in considerazione 5 studi nei quali sono stati trovati i seguenti risultati:

 

E’ stato osservato un rischio maggiore di sviluppo di lombalgia nelle donne affette da questi disturbi o ne hanno sofferto recentemente, ma si è potuto osservare anche il contrario.

 

Questo vuol dire che le donne (ma vale anche per gli uomini) che si sono trovati con problemi di lombalgia hanno avuto una probabilità maggior di avere disordini respiratori non specificati.

 

Asma

 

Parlando di asma sono stati presi in considerazione 5 gli articoli evidenziando una relazione tra questa patologia e la presenza di dolore lombare, nel particolare in giovani compresi tra i 12 e i 22 / e tra i 20 e i 39.

 

In sostanza si è evidenziato come:

 

  • Pazienti con problemi di asma nell’ultimo anno siano più predisposti alla lombalgia
  • Pazienti che hanno avuto problemi lombari siano più predisposti verso l’asma o sintomi similari

 

Allergia

 

Oltre all’asma sono stati investigati anche i casi di allergia: dai risultati si evidenzia come nei pazienti sofferenti di lombalgia sia più facile trovare problemi di allergie ai cibi rispetto a quelli senza problemi lombari.

 

Inoltre sembra che il rischio di lombalgia sia del 50% più alto nei casi in cui nell’ultimo anno ci siano stati problemi allergici specialmente nelle donne.

 

Il tutto si può spiegare in quanto le allergie portano a una maggior concentrazione di citochine pro-infiammatorie che giocano un ruolo chiave nei casi di dolore lombare cronico.

 

Bpco

 

Questa relazione è stata indagata in 3 studi, ma i dati non dimostrano pienamente una relazione tra i due fattori, anzi sembra che i pazienti affetti da lombalgia acuta con Bpco non abbiamo una durata dei trattamenti maggiore, o una vas maggiore o peggiori outcome funzionali.

 

Una spiegazione a questo dato particolare può essere data dal fatto che i pazienti facciano oggettivamente fatica a distinguere i sintomi delle due malattie, riportando di fatto meno volte di soffrire di lombalgia.

 

A supporto di questo è stato dimostrato come chi soffre id COPD abbia un controllo posturale e del tronco alterato.

 

Infezioni Respiratorie

 

Un solo studio mostra la relazione tra l’incidenza della lombalgia e le infezioni delle alte vie respiratorie in un gruppo di donne con età compresa tra i 25 e i 44 anni.

 

Iperventilazione

Non sono stati trovati riferimenti scientifici sufficienti riguardo l’iperventilazione e la lombalgia.

Possiamo però dire che la prima possa essere una reazione al dolore, quindi in teoria è possibile aspettarsi un numero maggiori di casi di iperventilazione dove abbiamo dolore lombare.

In questi casi i pattern respiratori sbagliati che si vengono a creare in caso di dolore, ansia, stress e particolari stati emotivi portano il muscolo diaframma in uno stato ipertonico di tensione e relativamente poco mobile e appiattito.

Ovviamente come già detto quando abbiamo un mal funzionamento del diaframma il rischio di avere una core stability non adeguata e quindi una lombalgia aumenta, come il rischio di una sua cronicizzazione.

Perché questa relazione?

La fisioterapia evidenzia come ci sia una correlazione significativa tra dolore lombare e la presenza di disturbi respiratori come asma, dispnea, forme diverse di allergia e infezioni respiratorie.

Mentre non si è riscontrata una relazione valida e sufficiente tra l’incidenza della lombalgia e la presenza di COPD.

Cerchiamo di spiegare e capire alla fine il motivo di questa correlazione.

Prima di tutto queste patologie respiratorie aumentano lo stato infiammatorio e la reattività del sistema immunitario.

Ormai è noto come le citochine pro-infiammatorie giochino un ruolo fondamentale nella modulazione della nocicezione, anche nel caso di lombalgia, sciatica, ernia del disco o comunque problemi lombari.

Così un primo fattore da considerare risulta sicuramente quello immunologico.

Un secondo fattore da considerare è la presenza di un pattern respiratorio alterato (diverso da quello che si ha con una respirazione corretta) in presenza di malattie respiratorie.

Questo limita di fatto la funzione stabilizzatrice del muscolo diaframma e dei muscoli inspiratori con anche una funzione respiratoria con un contributo minore del diaframma stesso.

Nelle persone che soffrono di lombalgia di contro, e a confronto con chi non ha dolori, il muscolo diaframma risulta:

  • Funzionare in modo sotto ottimale
  • Avere un’escursione minore in inspirazione
  • Essere più faticabile
  • Aver un minor controllo posturale

Studi recenti dimostrano infatti che l’allenamento dei muscoli inspiratori in pazienti con dolore lombare, aumenta la stabilità del tronco oltre alla forza dei muscoli stessi.

Un ulteriore fattore da prendere in considerazione in questa relazione è quello psicosociale.

Un paziente affetto da malattie respiratorie molto facilmente avrà alti livelli di stress e ansia, oltre a una ipervigilanza verso il dolore.

Anche a livello nervoso la sensazione di dispnea e il dolore hanno la stessa area emozionale e corticale: i centri paralimbici del cervello come l’insula, la corteccia cingolata anteriore e l’amigdala.

Tutti questi motivi possono spiegare come mai esista una stretta relazioni tra problematiche respiratorie e dolore lombare.

Il fumo e la lombalgia

Una correlazione finale molto interessante che è stata trovata è quella che lega il fumo con la lombalgia.

Prima di tutto fumare è un fattore di rischio per malattie respiratorie e di conseguenza la storia da fumatore di una persona diventa un importante indice predittivo sulla lombalgia.

Una meta-analisi dimostra come pazienti fumatori o ex-fumatori abbiamo un incidenza e una prevalenza maggiori di lombalgia nell’ultimo mese e nell’ultimo anno rispetto ai non fumatori.

Sempre dalla stessa review si sottilinea come i fumatori abbiamo una prevalenza più alta di lombalgia cronica e non rispetto agli ex fumatori nell’ultimo anno.

Nelgi anni si è visto come il fumo sia inoltre in grado di allungare i tempi di guarigione in caso di lombalgia e di aumentare gli outcome negativi in caso di operazioni alla colonna vertebrale come anche le complicanze e la durata dell’ospedalizzazione.

Perché il fumo può essere una causa di lombalgia?

Il fatto si può spiegare in diversi modi:

  • favorisce l’osteoporosi
  • riduce la perfusione dei dischi intervertebrali
  • aumenta il richio di degenerazione dei dischi
  • aumenta i livelli di citochine pro-infiammatorie nel sangue amplificando di fatto la sensazione di dolore
  • in genere è associato a un più basso livello di fitness e quindi a un maggior rischio di lombalgia
  • aumenta la forza dei muscoli inspiratori diminuendo la resistenza degli inspiratori

Quest’ultimo punto ancora una volta si traduce con la creazione di pattern respiratori deficitari specialmente a livello del diaframma.

 

Colpo di frusta: sintomi, cura, rimedi e riabilitazione corretta

Colpo di frusta: sintomi, cura, rimedi e riabilitazione corretta

Il colpo di frusta è una patologia dovuta in genere a un evento accidentale e improvviso che lesiona una o più componenti del collo come legamenti, vertebre, dischi intervertebral, nervi e muscoli.

Il tutto è dovuto, come durante un tamponamento in auto, a un violento spostamento del corpo in avanti con la testa che viene proiettata indietro per poi subire essa stessa un altro violento contraccolpo in avanti nella decellerazione.

Questa precisa sequenza di eventi che determina il colpo di frusta la possiamo riscontrare non solo negli incidenti automobilistici, ma anche in traumi come cadute, contrasti durante la partitella domenicale a calcetto o traumi che coinvolgo il cranio.

I sintomi del colpo di frusta

I sintomi che si possono presentare subito dopo l’incidente, cioè nella fase acuta, dipendono da diversi fattori che ne caratterizzano la gravità:

  • Entità del trauma
  • Posizione assunta durante l’incidente (in macchina)
  • Età della persona
  • Condizione fisica generale
  • Traumi pregressi

Le sintomatologie più frequenti che si possono presentare subito dopo un incidente sono sicuramente:

I sintomi più gravi sono quelli che riguardano le strutture vertebrali, intervertebrali e nervose, tra i quali i più frequenti sono:

  • Brachialgie (in alcuni casi anche sciatalgie)
  • Parestesie e formicolii a braccia e mani

Queste sintomatologie possono essere segno di problemi da indagare in ambito medico, con una radiografia e/o una risonanza magnetica, come ad esempio:

La maggior parte delle volte per fortuna queste lesioni gravi non avvengono, ma l’incidentato lamenta sintomatologie anche invalidanti che possono durare per periodi molto lunghi.

Dolori e problemi che faticano a guarire

Non è raro purtroppo che alcune problematiche innescate da un colpo di frusta fatichino a scomparire, lasciando strascichi che possono interferire con le normali attività di vita quotidiana.

La rettilinizzazione della colonna vertebrale cervicale, che accompagna quasi tutti i colpi di frusta, ad esempio è una conseguenza posturale all’insulto subito.

Le contratture muscolari che si vengono a creare infatti portano il collo verso questo atteggiamento che possiamo definire “antalgico”, ma che crea non pochi problemi.

Esistono così tutta una serie di compensi e lesioni che troppo spesso vengono trascurati per una mancata o non completa fisioterapia.

Non sono per niente rari casi in cui la persona che ha subito un colpo di frusta, sottolineo non per forza violento, abbia dei sintomi dolorosi anche a distanza di anni:

Queste sintomatologie possono continuare anche per molto tempo quando non trattate nel modo corretto.

Come procede e cosa fare

Quando le sintomatologie si presentano è sempre meglio andare al pronto soccorso per una valutazione e per ricevere le prime cure e documentazioni mediche.

In sede potrebbe essere fatta una radiografia al rachide cervicale, ma anche lombare ove ci sia dolore anche in quella zona.

In genere vengono dati dei giorni di prognosi e si viene rimandati al medico curante, salvo problematiche più gravi riscontrate durante la visita.

Una volta finito l’iter sanitario, il medico, nel momento in cui non troverà danni strutturali alle indagini strumentali, potrà dichiarare la guarigione clinica, anche se in realtà possono persistere diversi problemi.

Un consiglio che mi sento di dare è di andare sempre e comunque a fare una valutazione (anche posturale) dal vostro fisioterapista di fiducia.

Alcune disfunzioni che si vengono a creare dopo un incidente, se non trattate con tempismo, possono protrarsi per molto tempo.

Contratture muscolari, posture errate, trigger points, recettori posturali, equilibrio muscolare, sono solo alcuni dei molteplici aspetti che un buon terapeuta deve indagare ed eventualmente correggere.

Riabilitazione, cura e rimedi

La riabilitazione e la rieducazione di una persona dopo che ha subito un colpo di frusta non è una cosa semplice e comunque da non prendere sotto gamba per i motivi sopra elencati.

La zona cervicale infatti è molto delicata e le strategie di protezione messe in atto dal corpo non sempre facili da superare.

Il terapeuta avrà quindi il compito di valutare e cercare di raggiungere determinati obiettivi come:

  • Controllo del dolore
  • Recupero della funzionalità
  • Ripristino della corretta postura

Per ottenerli si possono utilizzare moltissime metodiche come la massoterapia o l’esercizio terapeutico, ma anche ricorrere a trattamenti complementari come agopuntura o riflessologia plantare o della mano.

Per esempio nella mia pratica mi trovo spesso ad utilizzare in abbinamento alle tecniche più classiche e validate il mio metodo Reflessage che mi permette di:

  • Valutare in maniera più olistica e completa il paziente
  • Trattare con tecniche riflesse il problema anche in fase acuta
  • Migliorare la funzionalitàe la postura con trattamenti fasciali e posturali

Naturalmente l’esercizio fisico rimane una parte fondamentale della riabilitazione in caso di colpo di frusta.

Protesi d’anca: intervento, rischi, riabilitazione e tempi di recupero

Protesi d’anca: intervento, rischi, riabilitazione e tempi di recupero
  1. Cos’è una protesi d’anca
  2. Sintomi da non sottovalutare
  3. Cause che possono portare all’intervento
  4. Le tipologie di protesi d’anca
  5. Cosa fare prima dell’intervento per favorirne la riuscita
  6. In cosa consiste l’intervento chirurgico
  7. I rischi principali
  8. Prevenzione
  9. La riabilitazione e i tempi di recupero
  10. Conclusioni e considerazioni

Cos’è un protesi d’anca

In ospedale gli interventi di protesi all’anca sono tra i più frequenti che si possano trovare all’interno di un reparto di ortopedia.

Proprio questa elevata frequenza ha reso la riabilitazione molto specifica e l’intervento molto mirato.

Per protesi d’anca si intende la sostizione di una parte o di tutta l’articolazione con una artificiale costruita con:

  • Leghe metalliche come il titanio
  • Ceramiche
  • Materiali plastici

Lo scopo medico è quello di eliminare il dolore permettendo il ritorno all’autonomia e il raggiungimento di una corretta funzionalità dell’anca, con particolare importanza al cammino.

Sintomi da non sottovalutare

Ogni caso va considerato bene, non basta avere una radiografia brutta per propendere verso l’intervento, quello che realmente deve essere valutato è la qualità di vita della persona.

I sintomi che dovreste riportare al vostro medico e che potrebbero prevedere un’interveto all’anca sono:

  • Dolore molto intenso e frequente all’anca
  • Serie difficoltà a camminare
  • Mancanza di autonomia anche nelle attività più semplici

A parità di referto clinico quello che conta alla fine sono i sintomi sopra elencati: le variabili da prendere in considerazione sono molte e riguardano altre strutture come muscoli e tendini.

Cause che possono portare all’intervento

Le cause che possono portare una persona verso la protesi dell’anca sono diverse, ma le principali possono essere riassunti così:

  • Coxartrosi
  • Pericoxite
  • Fratture di femore
  • Osteonecrosi della testa del femore
  • Artrite reumatoide
  • Displasia d’anca
  • Conflitto femoro-acetabolare
  • Altre malattie dell’infanzia

La presenza di una o più delle precendenti patologie deve essere un campanello di allarme molto importante quando parliamo di protesi d’anca, sicuramente nell’anziano, ma anche nel giovane.

Quando parliamo invece di fattori di rischio, secondo la mia pratica clinica quelli a cui prestare maggiore attenzione sono:

  • Sovrappeso e obesità
  • Mancanza di una corretta attività fisica
  • Squilibri posturali
  • Scorretta deambulazione
  • Deficit di stabilità dell’anca
  • Età

Le tipologie di protesi d’anca

Esistono diverse tipologie di protesi d’anca, ognuna con le proprie caratteristiche: proprio grazie a queste peculiarità la scelta viene fatta paziente per paziente.

Senza entrare troppo nello specifico di ogni singolo caso, possiamo elencare le principali e più utilizzate tipologie di protesi d’anca:

  • Chiodo gamma (alcuni tipi di fratture, carico immediato)
  • Endoprotesi (principalmente fratture di femore più mediali)
  • Artroprotesi (per processi degenerativi, fratture trocanteriche e più laterali)

Negli ultimi 40 anni grazie all’evoluzione in campo medico e dei materiali c’è stato un sostanziale aumento del numero di protesi totali di anca, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che in Europa e Stati Uniti siano oltre un milione i pazienti che si sottopongono ogni anno a questo intervento.

Di contro purtroppo non sono rari i casi in cui in Italia si tenda a preferire l’endoprotesi rispetto all’artroprotesi per un fattore economico, anche in casi in cui sarebbe meglio la seconda (protesi totale), come in alcuni soggetti giovani.

Cosa fare prima dell’intervento per favorirne la riuscita

Una fase molto importante in termini prognostici è come si presenta il paziente in termini muscolari e posturali all’intervento.

Minore sarà la presenza di vizi posturali, aderenze, trigger point e contratture più facile sarà la riabilitazione, migliore sarà il comparto muscolare in termini di tono, elasticità e stabilità pù veloce e semplice sarà il recupero.

Risulta quindi importante intraprendere un percorso fisioterapico, dove possibile, anche prima dell’intervento e in preparazione dello stesso.

In cosa consiste l’intervento chirurgico

In base alla problematica che ha portato all’operazione, può essere necessario l’utilizzo di una tipologia di protesi rispetto all’altra.

Per comodità vediamo brevemente come funziona un’intervento di protesi totale.

Prima di tutto è necessario sottoporsi a diversi esami prelimianri di routine:

  • Analisi di sangue
  • Analisi delle urine
  • Radiografia
  • Elettrocardiogramma
  • Visita anestesiologica

Una volta ottenuto l’esito positivo da questi esami si può procedere con l’intervento, che riassumendo consiste in:

  • Lussazione dell’anca malata
  • Sezione e asportazione della testa del femore malata
  • Ricreazione di una regolare cavità acetabolare con suggessiva fissazione della componente protesica cotiloidea
  • Introduzione dello stelo protesico nel canale femorale
  • Unione dello stelo con la testina femorale
  • Alloggiamento della protesi nella coppa acetabolare artificiale

Un lavoro che sembra molto complicato, ma che un bravo ortopedico specializzato esegue molte volte al giorno senza problemi in una tempistica media di circa un’ora e mezza (anche se il paziente rimane in sala per 2-3 ore a causa dell’anestesia).

Il punto di accesso dell’operazione può essere anteriore, posteriore o laterale e il taglio (e quindi la cicatrice) varieranno di dimensione da un massimo di 15 cm circa a un minimo di 6 cm circa in caso di tecnica chirurgica mininvasiva.

I rischi principali

Anche se l’intervento di protesi d’anca è tra i più sicuri nella pratica chirurgica ortopedica e vanta un elevatissima probabilità di riuscita, esistono dei rischi di complicanze da prendere in considerazione.

  • Trombosi venosa profonda (TVP)
  • Danni vascolari
  • Ematoma post-operatorio
  • Lesione del nervo sciatico popliteo esterno o di quello femorale
  • Mobilizzazione dello stelo femorale o dell’acetabolo
  • Lussazione
  • Infezioni superficiali o profonde
  • Dismetrie

In alcune di queste complicanze (come la lussazione o le infezioni) è possibile necessitare di un ulteriore intervento per riassettare la protesi o per cambiarla.

Prevenzione

Una delle parti più importanti riguardo questo genere di interventi è la prevenzione per evitare i rischi elencati qui sopra.

Importante è la terapia anticoagulante per evitare embolie o trombi, per i quali bisogna fare molta attenzione a sintomi precisi da riportare subito al medico come:

  • Dolore intenso al polpaccio
  • Gonfiore e arrossamenteo di coscia e/o polpaccio
  • Gonfiore a livello del piede
  • Mancanza improvvisa di respiro
  • Dolore toracico improvviso o con tosse

Un’ulteriore prevenzione fondamentale medica è la terapia antibiotica contro le infezioni per le quali bisogna prestare attenzione ad aluni sintomi da riportare al medico:

  • Brividi e febbre persistente (maggiore di 37,8°)
  • Aumento del rossore o gonfiore dell’anca
  • Apertura e/o fuoriuscita di liquido dalla ferita dell’anca
  • Aumento del dolore dell’anca (a riposo o in movimento)

Prendendo in considerazione la parte più biomeccanica della prevenzione, quindi quella che dovrebbe minimizzare il rischio di problematiche come la lussazione, ecco alcuni utili consigli:

  • Evitare le cadute eliminando tappeti o altri oggetti su cui si possa inciampare
  • Corrimano sulle scale e in bagno (con anche la sedia per la doccia)
  • Evitare movimenti di flessione d’anca maggiori di 90° oltre a movimenti di adduzione e intrarotazione della stessa
  • Una sedia stabile con cuscino abbastanza alta
  • Un rialzo per il water
  • Evitare di accavallare le gambe
  • Evitare di intraruotare o extraruotare troppo i piedi
  • Utilizzare un cuscino (magari a cuneo) per dormire di notte
  • Fare tanta fisioterapia

La riabilitazione e i tempi di recupero

La fisioterapia è una fase molto importante anche se spesso presa sottogamba che, quando seguita nel modo corretto permette il ritorno alla migliore funzionalità possibile, cosa non possibile in assenza del corretto trattamento.

Possiamo distinguere una fase di trattamento riabilitativo pre-chirurgico che consiste in:

  • Rinforzo dei muscoli stabilizzatori dell’anca
  • Educazione alle manovre preventive
  • Preparazione e addestramento alla deambulazione con ausili

Per quanto riguarda invece il trattamento riabilitativo post-chirurgico possiamo selezionare gli obiettivi basilari di ogni riabilitazione di protesi d’anca:

  • Prevenzione della lussazione
  • Prevenzione delle complicanze da immobilità e post chirurgiche
  • Potenziamento muscolare
  • Allenamento propriocettivo
  • Recupero dell’autonomia

Questi obiettivi si possono raggiungere solo attraverso corrette sedute di trattamento che prevedono:

  • Rieducazione ai passaggi posturali corretti
  • Mobilizzazione passiva, attiva assistita e attiva
  • Verticalizzazione
  • Rinforzo dei muscoli di anca e ginocchio (glutei e quadricipite in primis)
  • Deambulazione con ausili (attenzione al carico)
  • Rieducazione graduale verso il carico completo
  • Eliminazione e correzione di eventuali vizi posturali preesistenti o dovuti all’operazione

Il paziente deve essere seguito passo passo dal professionista, anche dopo la dimissione e il ritorno a casa con esercizi mirati al rinforzo e alla stabilizzazione dell’anca.

Molto importanti sono anche altri accorgimenti specifici come ad esempio il trattamento della cicatrice, massaggi e stretching e linfodrenaggi all’occorrenza, oltre ad una particolare attenzione alla postura corretta.

Dopo l’operazione si possono scegliere due strade:

  • Rientrare a casa dopo circa una settimana e fare fisioterapia generalmente presso uno studio privato
  • Proseguire la riabilitazione in regime di ricovero per circa un mese fino al raggiungimento dell’autonomia

Conclusioni e considerazioni

Per quanto sia una delle operazione considerate ormai di routine negli ospedali, esistono strutture più specializzate di alte, per cui conviene informarsi bene prima.

La stessa considerazione vale anche per la riabilitazione: esistono fisioterapisti più specializzati e altri un po’ meno.

Il tempo di recupero totale e la qualità dello stesso infatti dipendono dal tipo di protesi, dalla bravura del chirurgo, dalla competenza del fisioterapista e naturalmente dall’impegno del paziente, oltre a un pizzico di fortuna.

Senza questi ingredienti fondamentali il paziente potrebbe non raggiungere la completa funzionalità dell’anca con tutte le conseguenza del caso.

Inoltre una mancata o scorretta rieducazione della postura e della deambulazione può essere causa anche di altre problematiche di compenso come ad esempio la lombalgia (mal di schiena).

Anca a scatto: sintomi, cura, rimedi, fisioterapia ed esercizi

Anca a scatto: sintomi, cura, rimedi, fisioterapia ed esercizi

L’anca a scatto è una problematica frequente che si caratterizza per i suoi sintomi particolari come rumori, cedimenti ed eventuale dolore al movimento.

 

Nel particolare possiamo dire che sia una lesione benigna presente in perentuale rilevante specialmente nelle giovani sportive anche di buon livello.

 

Sintomi principali

 

La sensazione principale che prova il paziente quando è affetto da questa condizione particolare è proprio quella di uno scatto, di uno scroscio dovuto nello specifico a un passaggio difficoltoso e problematico di un tendine vicino a una sporgenza ossea.

 

Il problema, che il paziente riporta essere al fianco, si presenta solo al movimento, ad esempio quando ci si alza dal letto o dalla sedia, arrivando in alcune persone a farsi sentire anche durante una semplice camminata.

 

In base ai casi ci possono essere anche altre sintomatologie oltre al classico rumore:

 

  • Scricchiolii più leggeri rispetto allo scatto durante l’arco di movimento dell’anca
  • Instabilità durante il carico
  • Dolore localizzato lateralmente o anteriormente
  • Altri dolori articolari
  • Borsite (trocanterica per la tipologia esterna, dell’ileopsoas per quella interna)

 

Cause ed eziologia

 

Le cause principali di questa problematica sono una instabilità dell’articolazione dell’anca e un disequilibrio muscolare o posturale.

 

Questa patologia colpisce non a caso principalmente i giovani sportivi di sesso femminile per i seguenti semplici motivi:

 

  • Giovani significa avere legamenti, muscoli e articolazioni ancora in fase di crescita
  • Sportivi significa avere masse muscolari maggiori
  • Sesso femminile significa avere un conformazione del bacino più ampia

 

La presenza di tutti e tre questi fattori aumenta la possibilità di avere conflitti di passaggio del tendine sull’osso.

 

Anca a scatto esterna

 

Questa è la forma più comune di anca a scatto e coinvolge la fascia lata e il grande trocantere nella parte laterale dell’articolazione durante la deambulazione o movimenti di rotazione dell’anca stessa.

 

Normalmente non è dolorosa, almeno fino a quando la borsa trocanterica, una struttura che ammortizza il passaggio, non si infiamma (borsite trocanterica).

 

In questo caso possiamo avere dolore accentuato di notte specialmente se sdraiati sul lato colpito e alla deambulazione in particolar modo al mattino appena svegli.

 

Un’ecografia può essere utile alla diagnosi, ma deve essere accompagnata da una valutazione del movimento di rotazione in abduzione.

 

Anca a scatto interna

 

Quando lo scatto avviene nella regione anteriore dell’anca, facilmente siamo in presenza di un’anca a scatto interna extrarticolare, nella quale è il tendine dell’ileopsoas a creare lo scatto sull’eminenza ileopettina.

 

Molto frequente nella danza e il calcio, lo scatto, non doloroso se non per l’infiammazione della borsa ileopettina, si manifesta ad esempio quando ci si alza dalla sedia, cioè con movimenti da anca flessa, extraruotata e abdotta verso l’estensione, l’intrarotazione e l’adduzione.

Parliamo invece di anca a scatto interna intrarticolare se il problema è causato dall’interposizione di materiale tra l’acetabolo e la testa del femore a causa di:

 

  • Lesioni alla cartilagine
  • Lesione al labbro acetabolare
  • Presenza di corpi mobili come calcificazioni

 

Nel caso extrarticolare la valutazione viene fatta in flessione contro resistenza e può essere evidenziato lo scatto da una ecografia.

 

Per quanto riguarda quella intrarticolare è necessario utilizzare mezzi più specifici come una TC o una risonanza magnetica per evidenziare la presenza di corpi estranei o lesioni.

 

Conflitto femoro-acetabolare

 

Alcune particolari situazioni di anca a scatto possono non essere dovute a un problema miotendineo o di presenza di corpi esterni, bensì collegato alla presenza di un conflitto tra acetabolo e testa del femore.

 

Parlando a livello clinico questa condizione può simulare un’anca a scatto con sintomi come dolore all’inguine (simil pubalgia) dopo sforzo fisico con riduzione dell’escursione di movimento in flessione e rotazione interna.

 

La progressione in questo caso coinvolge anche la deambulazione arrivando a complicarsi con un quadro artrosico secondario o una lesione del labbro acetabolare, fattori di rishcio ad esempio per interventi di protesi d’anca.

 

Fisioterapia ed esercizi

 

Partiamo subito dicendo che l’anca a scatto può trovare rimedio da sola, senza interventi particolari.

 

Nei casi in cui non dovesse migliorare o in tutti quei casi in cui risulti doloroso lo scatto è necessario un intervento fisioterapico mirato per evitare complicanze secondarie.

 

Non dobbiamo infatti dimenticare che l’anca a scatto è una problematica di mal funzionamento dell’articolazione che come tale è un fattore di rischio per lo sviluppo negli anni di artrosi.

 

La terapia migliore è cercare di lavorare in allungamento su quelle strutture coinvolte nel problema:

 

  • Il tensore della fascia lata per quanto riguarda l’anca a scatto esterna
  • L’ileopsoas quando siamo in presenza di quella interna extrarticolare

 

L’intervento chirurgico in genere è proprio l’ultima spiaggia, salvo nei casi di anca a scatto interna intrarticolare: con l’artroscopia è possibile rimuovere i frammenti che causano il problema in modo abbastanza semplice e poco invasivo e solo in rari casi è necessaria la chirurgia tradizionale.

 

In presenza di borsite è necessario:

 

  • Riposo funzionale
  • Applicazione di ghiaccio
  • Utilizzo di farmaci su consiglio medico
  • Infiltrazioni cortisoniche intrabursale per spegnere l’infiammazione (se le metodiche precedente falliscono)

 

Oltre allo stretching consigliato normalmente risulta molto importante valutare anche la mobilità e la stabilità del bacino e dell’anca stessa, andando a ricercare le cause che hanno portato a questa problematica.

 

L’analisi posturale risulta quindi fondamentale e deve comprendere anche la zona lombare, l’articolazione del ginocchio e a seconda dei casi anche altre strutture come il diaframma per fare un esempio.

 

Legamento crociato anteriore: sintomi lesione, operazione e riabilitazione

Legamento crociato anteriore: sintomi lesione, operazione e riabilitazione

Il legamento crociato anteriore è una delle quattro strutture legamentose portanti del ginocchio e svolge una importante funzione di freno allo spostamento anteriore della tibia rispetto al femore.

 

Proprio questa sua caratteristica peculiare, unita alla sua particolare conformazione anatomica, lo rendono una delle strutture più facilmente lesionabili del ginocchio.

 

Cenni di anatomia

 

La struttura anatomica del legamento crociato anteriore lo vede intrecciarsi al legamento crociato posteriore al centro dell’articolazione nella fossa intercondiloidea (da qui la definizione di legamenti crociati).

 

Vediamo più nel dettaglio dove è posizionato all’interno del ginocchio

 

  • Prende origine dalla tibia sulla superficie prespinale tra il menisco esterno e il corno anteriore di quello interno
  • Segue un tragitto preciso portandosi in obliquo verso l’alto, in fuori e indietro
  • Si inserisce sul femore a livello della faccia assiale del condilo esterno a contatto con la cartilagine

 

Il crociato anteriore (o meglio antero-posteriore) è composto da tre fasci che intrecciandosi creano una forma ritorta su se stessa:

 

  • L’antero-interno è quello più lungo e più esposto alle lesioni
  • Il postero-esterno è quelloche resiste di più quando ci sono lesioni parziali
  • L’intermedio

 

Queste differenze sono date dal fatto che i fasci che compongno il legamento crociato anteriore hanno fibre di lunghezze e direzioni diverse: questo significa che durante i movimenti esse non arrivano mai a tendersi tutte simultaneamente.

 

Funzione meccanica

 

Il legamento crociato anteriore, in associazione con il legamento crociato posteriore con il quale forma il pivot centrale dell’articolazione, garantisce la stabilità passiva dell’articolazione durante il movimento.

 

Nel particolare il LCA svolge il ruolo fondamentale di impedire la traslazione anteriore della tibia sul femore ad esempio durante l’estensione di ginocchio.

 

Oltre a impedire la lussazione anteriore applicando circa l’85% della resistenza totale, contribuisce con un 30% alla resistenza totale alla lussazione mediale.

 

Rottura e lesione

 

I meccanismi di lesione del legamento crociato anteriore possono essere indiretti o da traumi diretti.

 

Gli eventi che secondo la letteratura causano la maggior parte delle lesioni sono:

 

  • Un movimento rotatorio verso l’esterno della tibia con il piede fissato (78% di tutte le lesioni)
  • Un’iperestensione forzata dell’articolazione del ginocchio (seconda causa su tutte)
  • La forza in valgo sviluppata da un trauma da contatto sulla parte laterale del ginocchio

 

In quest’ultimo caso è possibile avere un quadro più complesso che associa anche la rottura del menisco interno e del collaterale mediale alla lesione del legamento crociato anteriore.

 

Questo quadro patologico viene definito dagli addetti ai lavori come “triade infelice” o “triade terribile” vista anche la frequenza con la quale si presenta negli sportivi.

 

Sintomatologia

 

I sintomi associati a una lesione o rottura del legamento crociato anteriore possono essere riassunti così:

 

  • Dolore intenso
  • Gonfiore marcato
  • Difficoltà di movimento
  • Limitazione funzionale
  • Instabilità dell’articolazione

 

I sintomi compaiono subito dopo l’evento traumatico quando la persona percepisce un cedimento brusco accompagnato da uno “schiocco” con la sensazione che qualcosa si sia effettivamente rotto.

Nel giro di qualche settimana con l’uso corretto del ghiaccio, riposo funzionale e farmaci è possibile attenuare considerevolmente l’infiammazione diminuendo quindi dolore e gonfiore.

 

Il sintomo che rimarrà sarà l’instabilità del ginocchio, fattore che impedisce il ritorno all’attività sportiva.

 

In caso di lesione o rottura di LCA è consigliabile sempre fare una visita dal medico ortopedico che nella maggioranza dei casi consiglierà l’operazione, specialmente in caso di giovane età.

 

Questo è dovuto al fatto che un ginocchio senza il supporto del legamento crociato anteriore, anche se non dolorante al movimento, sarà sempre un’articolazione debole che andrà nel lungo periodo incontro ad altre lesioni, come quella del menisco e ad artrosi.

 

L’operazione chirurgica

 

Nei casi in cui il medico decida che il trattamento conservativo non sia indicato, l’aternativa è l’intervento chirurgico che negli ultimi anni riscontra una percentuale di riuscita completa che supera il 90%.

 

L’operazione, in artroscopia, può avvenire secondo diverse tecniche, tra le quali le più utilizzate sono:

 

  • Ricostruzione del legamento con prelievo autologo dai tendini di semitendinoso (SM) e gracile (GR)
  • Ricostruzione del legamento con prelievo autologo dal tendine rotuleo
  • Ricostruzione del legamento con prelievo autologo dal tendine del quadricipite
  • Ricostruzione del legamento con prelievo da tendine da donatore (con allograft)

 

Nel primo caso si esegue un prelievo dal paziente stesso (autologo) dei tendini dei due muscoli della coscia con un passaggio nell’articolazione attraverso un tunnel osseo.

 

ll secondo rappresenza l’attuale gold standard ed è quindi il più utilizzato negli ultimi anni.

 

L’ultima tecnica con allograft invece è solitamente usata in caso di revisione o ricorstruzione di più strutture nella stessa operazione.

 

Diagnosi e valutazione

 

In caso di evento traumatico diretto o indiretto e quindi della presenza dei sintomi sopra elencati è caldamente consigliabile andare dal proprio medico.

 

Per avere una diagnosi corretta bisogna effettuare una valutazione dell’articolazione con l’utilizzo di test specifici come:

 

  • Test di Lachman
  • Test del cassetto anteriore
  • Jerk test

 

Qualora la valutazione medica risultasse positiva si aggiungono alcuni test strumentali come:

 

  • Radiografia per vedere la presenza di fratture ossee e artrosi
  • Risonanza magnetica per valutare la condizione di legamenti, menischi e altre strutture articolari

 

Riabilitazione e fisioterapia

 

La fisioterapia rappresenta sempre una grande risorsa in ambito ortopedico, ma in particolar modo quando parliamo di lesione o rottura del legamento crociato anteriore.

 

In caso di trattamento conservatico o di riabilitazine post intervento è molto importante affidarsi a un professionista in quanto esercizi come la leg-estension, per fare un esempio pratico, possono peggiorare i sintomi o addirittura portare a una nuova rottura.

 

Il trattamento fisioterapico permette di tornare alla pratica dell’attività sportiva in 6 mesi circa e ha come obiettivi specifici, in base alla fase riabilitativa:

 

  • La prevenzione di altre lesioni
  • Ritorno a una corretta articolarità del ginocchio (attravero mobilizzazioni e stretching)
  • La tonificazione dei muscoli flessori e principalmente degli estensori (in catena cinetica chiusa come lo squat)
  • Trattamento manuale di eventuali contratture e trigger points di compenso
  • Incremento della stabilità dell’articolazione e della propriocezione
  • Miglioramento dell’equilibrio posturale e biomeccanico

 

Tutto deve essere fatto da un fisioterapista con una corretta progressione di forze e plasmando i migliori esercizi sulle potenzialità e gli obiettivi di ogni paziente.

 

Il tuo carrello

Spedizione:
Totale:

Concludi l'acquisto

1

Indirizzo

Nome
Cognome
Indirizzo
Città
Provincia
CAP
Email

2

Spese di spedizione

Seleziona la spedizione
 

3

Metodo di pagamento

Seleziona un metodo di pagamento
 

Importo totale:

Ordina